Mulino Spreti del Passetto. Un re caduto in rovina
Lungo l'argine del Reno c'è un vecchietto, emaciato e scheletrico, arroccato sulla sua stampella che con occhi lattiginosi guarda il fiume, verso quell'accqua che un tempo gli dava la forza, lavoro, e vita. È seduto su una sedia impagliata ormai sfondata, le mani nodose appoggiate al bastone. La barba ispida e bianca, i fini capelli a tremolargli in testa, sotto a un cappello di panno ormai logoro. Indossa una giacca di velluto consunto e una camicia di flanella in cui gli scacchi si confondono con i buchi. Aspetta lì, che il tempo consumi anche gli ultimi istanti della sua esistenza.
Non lo si incontra per caso. Bisogna volerlo cercare. Si lascia la strada asfaltata, si imbocca l'argine del Reno e, poco alla volta, il rumore del mondo si allontana. Restano il vento, l'erba alta e il silenzio.
Nessuno passando di lì penserebbe di essere al cospetto del più vecchio edificio di Alfonsine: il Mulino Spreti del Passetto, conosciuto anche come "Vecchio Chiavicone".
Ciò che resta dell'arcata, ormai completamente colma di terreno, pare una bocca spalancata che implora aiuto e reclama l'ultima boccata di ossigeno.
C'è un magnetismo strano fra quelle mura. Un richiamo che avvertivo molto tempo prima di scrivere Ombre d'acqua. Forse era proprio la consapevolezza del suo valore che nessuno, però, vedeva.
Pur di dargli visibilità, gli ho appeso un cadavere sull'unica finestra ancora in piedi. "Pareva un pipistrello e invece era un cadavere". Non un grande omaggio, direte voi, ma per me quello è il canto del cigno. Un grido d'aiuto lanciato nel mondo, per preservarne la memoria, l'importanza. La storia.
Si trova in una zona nota un tempo come Bosco degli assassini. Un luogo di morte e sofferenza in cui lui si è saputo reinventare parecchie volte. Morto e risorto finché il progresso ha deciso che era meglio abbandonarlo a se stesso.
«La bassa foschia era un tulle biancastro posato sulla terra, come un drappo a proteggere un morto dentro la bara.» (da Ombre d'Acqua)
Fu costruito nel Seicento dai Calcagnini, signori del feudo di Fusignano e del territorio Leonino. All'epoca il Canal Vela era una vera arteria d'acqua e lì sorgevano un magazzino, un'osteria, una fornace e naturalmente il mulino.
I Calcagnini miravano a diventare i Signori del Po di Primaro, ma per seppellire le controversie con i Signori di Ravenna e con la sede Apostolica, favorirono qui, nel territorio alfonsinese, l'insediamento di tutti i banditi.
Nacque così la nomea Bosco degli Assassini, un terra di frontiera in cui, fra palude e terre malsane venivano confinati assassini, vagabondi, zingari e chiunque si volesse allontanare dal paese.
Nel Settecento passò in mano agli Spreti che lo ristrutturarono, ma nel 1738 venne dismesso e adibito a sola abitazione fino alla fine del Settecento, quando venne utilizzato come chiavica e dimora del guardiano.
Nel tempo varie parti vennero demolite. L'antico mulino fu pian piano ridimensionato, reso sempre meno offensivo e privato della sua forza. Fu eliminato, smembrato, amputato, pezzo per pezzo fino a ridurlo a semplice alloggio per braccianti. Ma qui abitò anche Mario Cassani, il primo sindaco di Alfonsine nel dopoguerra.
Un luogo colmo di storia, che ha attraversato epoche, guerre, guerriglie. Un testimone silenzioso che, oramai, ha perso tutta la sua voce.
E ora, al mulino, vi porto insieme a Rebecca...
"L’auto sussultò sulla strada sterrata. Il fiume scorreva a destra fra golene e fronde rinsecchite. A sinistra la campagna poltriva nuda e derelitta. Abbandonata a se stessa come un’amante sfruttata e illusa, e poi ripudiata, ma pronta a concedersi ancora alle prime carezze.
...
Il rudere pareva ergersi fra la sterpaglia cresciuta indisturbata da decenni. La bassa foschia era un tulle biancastro posato sulla terra, come un drappo a proteggere un morto dentro la bara. Il cielo era compatto e liscio come un sasso di fiume, in cui i rami parevano ghirigori di china soffiata su un foglio.
Eccola lì la finestra dell’orrore, integra e in bella vista, aperta verso il nulla di un tempo immemore, a testimoniare un rancoroso passato che pareva essersi palesato per fare i conti col presente.
C’era una malinconia struggente in quella scena. Il canto del cigno di un luogo che senza quella morte sarebbe stato inghiottito dal tempo, nell’indifferenza di tutto e tutti, inconsapevoli e ignoranti di trovarsi al cospetto del più antico edificio della zona. Di colui che più di tutti era testimone della storia di quelle terre, eppure snobbato come un impiccio e un peso sulle spalle del progresso."
(da "Ombre d'acqua")


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