Il mistero di Villa Tamba conduce a Montmarte

Cosa collega la Chiavica di Legno a Montmartre?

Apparentemente nulla.

Da una parte una grande villa ottocentesca immersa nelle campagne al confine tra Romagna ed Emilia. Dall'altra uno dei cimiteri più celebri del mondo, nel cuore di Parigi.

Eppure esiste un filo invisibile che unisce questi due luoghi.

Ha il nome di Carlo Severini.

Mi piace raccontare i luoghi, ma raramente parto dalle pietre. Preferisco partire dalle persone.

Mi affascinano i posti antichi perché mi fanno pensare alle vite che li hanno attraversati. A chi vi è nato. Agli eventi che vi sono accaduti. E, soprattutto, a chi vi è morto.

Ogni volta che mi imbatto in un luogo antico, la prima domanda che mi pongo è: Chissa chi ci è morto?

C'è un luogo, dove la Romagna incontra l'Emilia, che mi affascina da sempre e che ho anche inserito nel mio libro Ombre d'acqua.

È noto come Chiavica di Legno, anche se molti lo conoscono come Villa Tamba, altri ancora come Villa Sant'Anna o Villa Ghedini.

Un luogo, ricco di suggestioni e leggende, su cui immaginavo di trovare chissà quanto materiale. 

Invece non ho trovato nulla di tutto questo. O meglio, nulla che fosse davvero verificabile.

Però, mi sono imbattuta in qualcosa di ancora più sorprendente.

L'incredibile vita di un uomo.

Chi era Carlo Severini?

È qui che il viaggio ci porta lontano.

Molto lontano.

Secondo una tradizione biografica, da giovane Carlo Severini lavorava a Bologna nella vendita di cappelli. Si racconta che un giorno fuggì a Parigi portando con sé l'incasso della bottega e che perse tutto al gioco. Non sappiamo quanto ci sia di vero in questo episodio, ma è una delle storie che accompagnano la sua figura.

Quello che invece sappiamo con certezza è che, nel giro di pochi anni, Severini divenne una figura centrale del Théâtre-Italien di Parigi, uno dei più importanti teatri d'Europa, entrando nell'orbita di un altro famosissimo personaggio dell'epoca: Gioachino Rossini.

Tra i due nacque un rapporto che andava ben oltre il lavoro.

Rossini si fidava profondamente di lui.

Gli affidava questioni economiche, organizzative e perfino incarichi personali. Nelle lettere che ci sono rimaste emerge un rapporto di stima e amicizia difficile da spiegare se i due fossero stati soltanto colleghi.

È plausibile che si conoscessero già dai tempi di Bologna, anche se, almeno per ora, non esiste un documento che lo dimostri.

Il prestigio di Severini crebbe rapidamente.

Acquistò proprietà, investì in terreni e possedimenti, alcuni dei quali condivisi con lo stesso Rossini.

Fra questi figurava anche Villa San Giuseppe, sulle colline di Bologna, che Rossini soprannominava affettuosamente la Severiniana.

Oggi quella villa non esiste più. Fu demolita nel Novecento per lasciare spazio agli edifici universitari.

Un altro frammento di storia cancellato dal progresso.

Ma cosa spinse Severini ad acquistare una palude?

Ed è qui che la vicenda prende una piega inaspettata.

Nel novembre del 1837 Carlo Severini acquistò dai conti Manzoni la vasta Tenuta Aleotta, insieme ai poderi Arigona e Cacciaguerra.

Una proprietà immensa.

Tremila ettari. Trenta chilometri quadrati di boschi, acquitrini e terreni vallivi. Zone malsane che pochi avrebbero immaginato di trasformare in una grande azienda agricola.

Perché lo fece?

Non lo sappiamo.

Forse fu un investimento, magari consigliato da Rossini stesso che quelle terre le aveva attraversate da bambino. Forse immaginava di tornare definitivamente in Italia. Oppure voleva lasciare un patrimonio alle nipoti, uniche eredi della sua famiglia.

Questa storia è piena di domande a cui i "forse" provano a rispondere ed è proprio questo che la rende affascinante. Sono i vuoti lasciati dalle risposte mancanti ad alimentare dubbi e nuove ricerche.

Il destino, tuttavia, spesso è beffardo.

Carlo Severini non ebbe il tempo di realizzare nulla.

Poco più di due mesi dopo l'acquisto della tenuta, Severini morì nell'incendio che devastò il Théâtre-Italien. Tentò di salvarsi gettandosi dal balcone, ma non sopravvisse. Aveva appena cinquant'anni.

Conosciamo gli ultimi istanti della sua vita grazie a una lettera che Rossini scrisse ad Andrea Cipriano Ghedini, cognato di Severini.

Lettera di Gioacchino Rossini

«...non trovando altro mezzo si gettò dal balcone, visse un'ora e spirò senza poter proferire parola alcuna [...] cercherò [...] di onorare la memoria del povero mio amico.»

"Povero mio amico."

Così Rossini definì Carlo Severini.

Non un collaboratore.

Un amico.

Tomba di Carlo Severini a Montmartre

Fu sepolto nel cimitero di Montmartre, dove ancora oggi riposa fra artisti, musicisti e uomini di teatro.

Dopo la sua morte, la tenuta passò alle nipoti, figlie della sorella Orsola deceduta pochi anni prima.

Ad amministrarla fu il cognato, Andrea Cipriano Ghedini, che trasformò quella distesa di paludi in una delle più importanti aziende agricole della zona.

Fu lui a costruire la grande villa che oggi conosciamo come Villa Tamba, a edificare l'Oratorio di Sant'Anna, ispirato alla Tomba di Dante e a portare a termine un'opera destinata a cambiare per sempre quel paesaggio.

Non sappiamo fino a che punto Ghedini abbia seguito un progetto già immaginato da Severini e quanto, invece, fosse frutto della sua iniziativa personale.

Anche questo resta uno dei tanti interrogativi aperti.

Mi piace però pensare che nelle disposizioni che Rossini diede a Ghedini, ci fossero i dettagli di ciò che Severini voleva realizzare alla Chiavica di Legno. 

Non so cosa abbia spinto Carlo Severini, uomo affermato nella Parigi dell'Ottocento e amico di Rossini, ad acquistare una vasta palude tra Romagna ed Emilia.

Forse non lo sapremo mai.

So però una cosa.

Se quel 16 novembre 1837 non avesse firmato l'acquisto della Tenuta Aleotta, probabilmente Villa Tamba non sarebbe mai esistita.

I luoghi nasconodono storie incredibili. Basta porre loro le domande giuste.

Sono partita dalla Chiavica di Legno e sono finita a Montmartre!

Dove mi condurrà la prossima ricerca?



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