La Casa del Diavolo di Alfonsine: storia e leggenda di un luogo sopravvissuto al tempo

Dicono che sia bellissimo.

Biondo, con gli occhi azzurri, come il principe della più classica delle favole.

Solo che questa non è affatto una favola.

Pare infatti che un giovane si aggiri da secoli intorno a una vecchia casa nelle campagne di Alfonsine.

Per alcuni sarebbe lo spirito di un soldato morto proprio lì, in una notte di tempesta, durante un assalto di Veneziani che avevano risalito il fiume.

Per altri, invece, quel giovane non sarebbe un fantasma.

Sarebbe il diavolo in persona.

La leggenda racconta che si aggiri per il bosco assumendo le sembianze di un giovane irresistibile, attirando le ragazze che si avventurano da quelle parti.

E che qualcuna, poi, non faccia più ritorno.

Come spesso accade con le leggende, esistono versioni diverse e non sempre è possibile capire dove finisca la tradizione più antica e dove comincino le suggestioni.

Perché per capire come sia potuto nascere un racconto del genere bisogna prima capire dove siamo.

A circa otto chilometri dal centro di Alfonsine, là dove il territorio lambisce il Reno, si estendeva un tempo un paesaggio molto diverso da quello che conosciamo oggi.

Acqua, boschi, paludi. Acquitrini.

Una terra di confine difficile e malsana, attraversata da fiumi e canali che erano però anche importanti vie di comunicazione.

Qui transitavano marinai, commercianti e forestieri. Uomini provenienti da territori lontani, che portavano con sé merci, storie, dialetti e culture differenti.

Ma non soltanto loro.

Le cronache e le ricostruzioni locali parlano anche di ladri, briganti, contrabbandieri, bracconieri e malfattori. Questo, infatti, era anche luogo di esilio per i criminali.

Non è difficile capire perché luoghi simili diventassero terreno fertile per paure e racconti.

Questo era il Bosco degli Assassini.

Un nome che, da solo, basterebbe a suggerire la reputazione di queste campagne e quanto potesse essere pericoloso attraversarle.

Nei pressi del fiume esisteva anche un piccolo insediamento, legato all'antico porto e ai traffici fluviali. Case, attività, una chiesa, un mulino.

Di quel mondo oggi rimangono soltanto frammenti.

E tra le testimonianze che hanno attraversato i secoli ce n'è una dal nome difficile da dimenticare.

La Casa del Diavolo.

Il nome basterebbe già ad alimentare qualsiasi fantasia. All'interno c'è anche una cassapanca con l'impronta di una mano che pare sia stata proprio attribuita al demonio.

Ma l'edificio è interessante anche quando il soprannaturale viene lasciato fuori dalla porta.

Alcune caratteristiche architettoniche hanno infatti fatto ipotizzare che quella che oggi appare come una grande casa rurale possa essere nata da una costruzione molto diversa.

I barbacani laterali, una doppia arcata che sembrerebbe adatta a sostenere una struttura più elevata. E soprattutto una scala con gradini di altezze differenti, particolarità che avrebbe dovuto avere una funzione difensiva: chi non conosceva perfettamente la successione dei gradini avrebbe rischiato di inciampare, soprattutto al buio.

Indizi che hanno fatto pensare all'esistenza, in origine, di una postazione di guardia o forse di una torre.

Una certezza, però, non c'è.

Ed è proprio in questa zona grigia che la storia della Casa del Diavolo diventa ancora più affascinante.

Perché esiste una leggenda secondo cui proprio quella torre sarebbe stata attaccata da uomini veneziani arrivati risalendo il fiume durante una notte di tempesta.

Le guardie sarebbero state massacrate.

E uno dei soldati uccisi sarebbe quel giovane bellissimo che ancora oggi, secondo il racconto popolare, comparirebbe nei dintorni della casa.

Un giovane morto diventa un fantasma.

Il fantasma diventa una presenza misteriosa.

E in un'altra versione della leggenda quella presenza assume addirittura il volto del diavolo.

Quanto c'è di antico in tutto questo?

E quanto è stato aggiunto nel corso delle generazioni?

Impossibile dirlo con certezza.

«Storia e leggenda si erano mescolate sulla linea del tempo facendo perdere il confine fra realtà e superstizione, alimentando la nomea di luoghi stregati e pericolosi.» 

(da "Ombre d'acqua")

Ed è esattamente questa la sensazione che continua a restituirmi la Casa del Diavolo.

Perché forse certe leggende non nascono soltanto per spiegare ciò che non riusciamo a comprendere.

A volte servono anche a proteggere.

Quanto poteva essere realmente pericoloso, per una ragazza, avventurarsi da sola in quelle zone? Nessuna illuminazione, paludi, boschi, acquitrini, briganti, malfattori e... assassini!

Forse raccontarle che nel bosco viveva il diavolo, pronto a sedurla con il volto di un bellissimo giovane, era molto più efficace di qualsiasi raccomandazione.

Dietro molti mostri del folklore si nasconde una paura autentica. Il bisogno di trovare un motivo, una soluzione a qualcosa di inspiegabile. La mente umana ha bisogno certezze ed è affascinante il mondo in cui cerca di trovarle.

Il paesaggio intorno è cambiato.

Il vecchio borgo è quasi scomparso, così come la palude e altri edifici che non hanno avuto la stessa fortuna.

Ma la casa del Diavolo è ancora lì, insieme alla Casa dell'Agnese che deve il nome a Giuliano Montaldo che nel 1975 la scelse per il film "L'Agnese va a morire". Oggi è un museo rurale che mantiene il facino di un tempo e la suggestione di entrare in un set cinematografico. Tutto è rimasto come allora.

Un grande albero sta a guardia dell'ingresso. Un gigante buono circondato di sassi bianchi a cui gli avventori affidano desideri e messaggi.

Bianco e nero.

Diavolo e speranza in un luogo carico di storia, fascino, misteri e contraddizioni.

Oggi, infatti, ciò che un tempo aveva fama di essere un posto oscuro e malfamato è diventato un luogo di ospitalità con stanze ariose e decori bucolici.

«Una perla strappata al fango del tempo. Un luogo che aveva saputo attraversare la storia e le stagioni di morte e risurrezione che si erano succedute senza venire distrutto. Senza perdersi nell’oblio di un passato pesante com’era accaduto per il mulino Spreti del Passetto ormai ridotto a un cumulo di pietre senza più alcun valore.»

(da Ombre d'Acqua

Se fosse stata proprio la sua fama sinistra a impedire che la Casa del Diavolo diventasse soltanto una vecchia costruzione da abbattere?

Se le storie raccontate davanti al fuoco, le apparizioni, i soldati massacrati, le ragazze scomparse e quel bellissimo giovane avessero mantenuto vivo il nome della casa molto più efficacemente di qualsiasi documento?

Gli uomini che popolavano quelle campagne sono scomparsi.

Il porto è scomparso e anche il vecchio borgo.

Molte delle persone che diedero origine a quelle storie non hanno lasciato nemmeno un nome.

Il diavolo, invece, è rimasto. Vivo nelle leggende e nelle suggestioni di un luogo che ha saputo divendersi dall'inesorabilità del tempo.

«Forse era stata proprio la terribile fama di quel luogo la sua forza. L'appiglio che era servito per tenere vivo il legame con il territorio e la sua gente.»

(da Ombre d'Acqua





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