Strolghe. La medicina del segno tra fede, tradizione e mistero
Ci sono notti in cui nonna e nipote si stringono in un letto e si raccontano un segreto che si tramanda da secoli.
Parole sussurrate, gesti antichi che si perdono nell'eternità di tempi perduti. Formule tramandate di generazione in generazione, e tali devono restare.
Non possono essere scritte.
Non possono essere rivelate ad altri.
È così che nel buio delle notti di Natale e di Pasqua nascono le strolghe.
Se pensate siano streghe siete fuori strada.
Non lanciano maledizioni, non preparano filtri d'amore. Fanno qualcosa di molto più sorprendente, oltre a non chiedere soldi.
Guariscono.
Lo fanno attraverso il segno: una benedizione che la tradizione ritiene capace di restaurare l’equilibrio fra corpo e spirito, uomo e ambiente, e sanando la disarmonia che è causa e al contempo conseguenza della malattia stessa.
Pensate che sia una leggenda metropolitana? Una credenza del passato?
No.
Le strolghe esistono ancora, anche se non sono più così diffuse come lo erano un tempo.
Sono note come strolghe dove la Romagna incontra l'Emilia, ma fanno parte di una famiglia molto più ampia di guaritrici popolari diffuse in tutta Italia. Cambiano il nome e alcuni rituali, ma il nucleo della tradizione è sostanzialmente lo stesso, e la cosa affascinante è che ci sono testimonianze di persone che sostengono di essere guarite grazie a loro, soprattutto dal Fuoco di San'Antonio o dalla paura.
Probabilmente si tratta solo di suggestione, ma che comunque mette in luce la capacità della mente di aiutare il corpo. Oggi sappiamo che la mente può influenzare il corpo in molti modi. L'effetto placebo ne è un esempio studiato dalla medicina. Questo non dimostra l'efficacia dei rituali delle strolghe, ma ci ricorda quanto la fiducia e l'aspettativa possano incidere sulla percezione del dolore e, in alcuni casi, sul benessere della persona.
Il mondo è pieno di tradizioni e di tecniche che sostengono che l'equilibrio fra corpo e spirito sia determinante.
Forse le strolghe sono solo un mezzo, come la meditazione, per attivare la mente.
È affascinante pensare che queste tradizioni siano arrivate fino ai nostri giorni, tramandandosi oralmente da nonna o zia a nipote, da mamma e figlia, in notti tanto particolai e che nessuna formula o rituale sia mai stato scritto, e continuo a chiedermi il perché.
Per paura che il dono finisse nelle mani sbagliate?
Per timore che, una volta scritto, perdesse la propria forza?
O forse perché, in epoche in cui la religione guardava con sospetto tutto ciò che usciva dai suoi confini, certi saperi era più prudente custodirli nel silenzio?
Fanno parte di una tradizione popolare talmente affascinante che le ho inserite anche nel mio libro "Ombre d'acqua".
Immagino tempi remoti, in cui la medicina era ancora lontana dall'essere efficace come adesso, e che i luminari fossero irraggiungibili per gran parte della popolazione, incline così ad affidarsi a preghiere e a chiunque millantasse promesse di guarigione.
Forse le strolghe non hanno mai guarito soltanto il corpo, ma hanno curato qualcosa di ancora più fragile: la speranza.
In fondo, ogni epoca ha avuto le proprie strolghe. Persone capaci di ricordarci che, anche quando tutto sembra perduto, credere nella guarigione è già un primo passo verso il sentirsi meglio.
Forse, le strolghe, hanno saputo colmare il vuoto fra terreno e ultraterreno, fra scienza e Dio, concedendo a tutti il privilegio di sentirsi benedetti.
«Sono certa che ci sia ben altro oltre quella scorza ruvida e spinosa. Comprendo il suo scetticismo, mi creda, è una presenza costante con cui ho imparato a convivere prima ancora di eredi-tare il dono, quando era mia nonna la strolga a cui donne e uo-mini si affidavano. In principio me ne rammaricavo, poi capii che dovevo lasciare al tempo il compito di infondere la speranza. Si crede col cuore, non con la mente.»
da Ombre d'acqua.


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