Dietro il mito del Passatore: Stefano Pelloni, il brigante che la memoria trasformò in eroe
Nella notte del 25 gennaio 1851, a Forlimpopoli, nel teatro ricavato all'interno della Rocca era in corso una rappresentazione. La platea era gremita di nobili, possidenti e famiglie borghesi in attesa che lo spettacolo ricominciasse dopo l'intervallo. Ma quando il sipario si riaprì, davanti a loro non si ritrovarono una banda criminale con i fucili spianati.
Non erano attori, ma briganti. Briganti che avevano assediato l'intera cittadina.
Chiusi nel teatro, in balia dei banditi, sotto la minaccia delle armi, i presenti vennero chiamati uno alla volta e derubati di denaro e gioielli. Quelli ritenuti abbastanza ricchi da possedere altro vennero accompaganti alle loro abitazioni affinché consegnassero anche tutto il resto.
Fra i presenti c'era anche Pellegrino Artusi.
All'epoca aveva trent'anni e non era ancora l'autore famoso della Scienza in cucina e l'arte di mangiar bene e nemmeno una delle figure più importanti della cultura gastronomica italiana.
Era semplicemente il figlio di Agostino Artusi.
Quella notte la sua famiglia venne travolta dalla violenza della banda.
La sorella Gertrude — o Geltrude, secondo le grafie delle fonti — cercò terrorizzata di nascondersi, ma, secondo la testimonianza dello stesso Pellegrino, fu violentata e lo schok fu tale da farla uscire di senno.
Finì in manicomio e lì morì.
Gli eventi di quella sera travolsero a tal punto la famiglia Artusi che decisero di trasferirsi a Firenze.
Chi c'era a capo di quella banda criminale?
Stefano Pelloni, di anni ventisei, anche detto il Passatore.
E poi c'è un uomo barbuto, dal volto fiero, con un grande cappello e un trombone fra le mani, che in Romagna sembra essere ovunque.
Ci guarda dalle etichette delle bottiglie di vino. Ha dato il nome a ristoranti, osterie, manifestazioni e perfino a una delle ultramaratone più celebri d'Italia. È diventato un'immagine familiare, quasi rassicurante: una specie di Robin Hood nostrano, un brigante sì, ma di quelli che appartengono più alle fiabe che alla cronaca nera.
Ch è? Sempre il Passatore.
O meglio: è ciò che la memoria popolare ha deciso di fare di Stefano Pelloni, perché l'uomo realmente esistito aveva ben poco a che vedere con quell'immagine.
Non era barbuto. Non era un uomo maturo. Non risulta che andasse in giro con il caratteristico trombone diventato inseparabile dalla sua iconografia. E, particolare ancora più curioso, non fu nemmeno lui a esercitare stabilmente quel mestiere di "passatore" che gli è rimasto cucito addosso.
La famiglia Pelloni gestiva da generazioni il traghetto sul Lamone. Il padre Girolamo aveva ottenuto anche l'incarico di custode dell'argine; dopo la sua morte, il servizio della barca rimase alla famiglia, prima alla vedova e poi al figlio Matteo. "Passatori" era dunque un soprannome familiare.
Stefano Pelloni era altro.
Quando morì, il 23 marzo 1851, aveva appena ventisei anni.
Ed era uno degli uomini più ricercati dello Stato pontificio.
Persino il volto con cui oggi lo riconosciamo appartiene più al mito che alla storia.
Le descrizioni tramandate restituiscono un giovane dal viso oblungo e pallido, capelli neri, occhi castani e soprattutto imberbe. Sul volto portava tracce di polvere da sparo, conseguenza di una vecchia lite. L'immagine del brigante barbuto armato di trombone si impose molto più tardi e fu consacrata nel Novecento dall'iconografia commerciale. Dal 1967 il Passatore arrivò sulle etichette dei vini romagnoli come emblema di un'ospitalità "antica e genuina".
La memoria non si è limitata a modificare il giudizio su Pelloni, gli ha cambiato persino la faccia.
Ma perché? Vediamo di capirci qualcosa.
Pelloni non fu un ribelle animato da un progetto politico. Non risulta alcun programma di emancipazione dei poveri, né una sistematica redistribuzione delle ricchezze in stile Robin Hood.
Le sue vittime furono ricchi e poveri, borghesi e popolani, patrioti e uomini delle autorità, ed era animato da una componente di rivalsa sadica e personalistica nelle sue vendette. Ai sospetti informatori poteva essere riservata una morte atroce. Le fonti documentano decapitazioni e smembramenti dei cadaveri. C'è chi dice che ballasse anche attorno ai corpi ormai privi di vita.
Non era soltanto necessario eliminare una spia, occorreva che gli altri sapessero che cosa sarebbe accaduto loro se avessero rotto il silenzio.
Ed è qui che una delle fondamenta del mito comincia a incrinarsi. La tesi che sostiene che il popolo lo proteggeva perché lo amava, forse dovrebbe essere modificata in: il popolo lo proteggeva perché lo temeva più delle guardie, più dei potenti, più di chiunque altro.
La banda disponeva certamente di autentici complici, informatori, ricettatori e manutengoli. Le sue basi nelle campagne potevano essere pagate. La struttura stessa era assai più complessa della banda compatta guidata da un unico capo tramandata dalla leggenda: fra il 1847 e il 1851 vi passarono almeno una settantina di individui, che si riunivano in gruppi per determinati colpi e poi si disperdevano. Pelloni non ne fu propriamente il capo assoluto; piuttosto un "leader di crudeltà" e non ha mai combattuto per i poveri.
Pelloni operava nella Romagna pontificia degli anni Quaranta dell'Ottocento, in una società attraversata da tensioni politiche, miseria, criminalità rurale, ostilità verso le autorità pontificie e presenza militare austriaca. E non era l'unico.
Il brigantaggio era un fenomeno ben più ampio della sua persona. Quando il giovane Pelloni iniziò la propria carriera criminale, nelle campagne della bassa Romagna agivano già decine di malviventi divisi in squadre, dediti a furti, estorsioni e rapine.
Perché, allora, far diventare una leggenda proprio Pelloni?
Probabilmente perché possedeva una caratteristica perfetta per diventarlo: sfidava le autorità che il popolo detestava, e anche se non lo faceva per liberare il popolo oppresso, Pelloni teneva in scacco gendarmi pontifici e militari austriaci.
Pare che persino la madre fu arrestata con l'accusa di aver generato cotanto figlio. Un'incriminazione ufficiale, in realtà. non esiste. Maria Francesca Errani fu effettivamente arrestata nel novembre 1850 e condotta alla Rocca di Lugo insieme alla nuora, moglie di Matteo Pelloni, ma per interrogarla sulla latitanza del figlio Stefano e dopo alcuni giorni venne liberata, anche se rimase per qualche tempo sotto stretta sorveglianza.
Dunque un nucleo reale esiste, ma non risulta un processo per la grottesca "accusa di averlo messo al mondo".
Pelloni morì nel 1851. Il Passatore, invece, cominciò in quel momento la sua esistenza.
Romanzi popolari, rapsodie, teatro dei burattini, canzoni e racconti iniziarono a trasformarlo. Nel 1866 Antiodo Agnolucci arrivò a pubblicare Stefano Pelloni detto il Passatore, ossia Il figlio del Papa, nel quale il brigante diventava addirittura figlio naturale di Pio IX, vittima delle macchinazioni di un sacerdote e precursore della rivolta.
Gli venne attribuito un programma sociale che nella documentazione storica non compare: togliere ai ricchi il superfluo per restituirlo ai poveri.
Era nato Robin Hood.
E nel 1880 Giovanni Pascoli gli consegnò quattro parole destinate a essere molto più longeve degli atti processuali:
«il Passator cortese».
Pascoli non aveva scoperto una bontà nascosta di Pelloni: raccoglieva una leggenda della sua generosità che circolava già e che aveva spazzato via tutto il male compiuto dal Passatore.
Pelloni e la sua banda uccidevano spesso persone inermi, indifese, disarmate e inoffensive. Lo facevano per il gusto di farlo come i sadici più spietati. Smembravano le vittime, le mutilavano, Tagliavano teste per poi appenderle come trofei. Violentavano, torturavano seminando il panico in Romagna. Ma queste vittime la memoria popolare ha deciso di cancellarle, perché nella leggenda del Passatore cavalleresco e rispettoso delle donne Gertrude Artusi e tutte le altre vittime non trovano posto.
Forse è questa la parte più inquietante di tutta qusta storia.
Scomparvero progressivamente dal racconto gli uomini uccisi per vendetta, le persone seviziate, i contadini derubati, i sospetti informatori mutilati, le famiglie terrorizzate.
Rimasero le fughe, le beffe ai gendarmi, le occupazioni di interi paesi. I possidenti derubati, il brigante imprendibile. La foresta, il cappello, il trombone che nemmeno usò mai.
Ma allora cosa resta di Stefano Pelloni, quello vero? Praticamente nulla.
Eppure la storia ha prodotto una sorta di rivincita che Pelloni non avrebbe potuto immaginare.
Oggi in Romagna esistono due figure quasi istituzionali.
Il Passatore e Pellegrino Artusi.
Il primo è diventato simbolo di ribellione, folklore e identità romagnola.
Il secondo è diventato simbolo della cucina, della lingua e della cultura italiana.
Uno non uscì mai o quasi dalla Romagna. L'altro conquistò il mondo.
Eppure le loro storie si incrociarono quella notte del gennaio 1851.
Forlimpopoli è diventata "Città Artusiana". La sua opera viene studiata, ristampata, tradotta. Il suo nome identifica una cultura gastronomica fondata sulla condivisione, sulla lingua, sulla convivialità.
In un certo senso una delle famiglie vittime della banda ha finito per produrre un simbolo culturale più grande del mito del proprio aggressore.
Non cancella ciò che accadde a Gertrude e non restituisce ciò che le fu tolto. Ma nella strana contabilità della memoria assomiglia almeno un poco a una rivincita.
E poi c'è una storia contemporanea che sembra scritta apposta per chiudere il cerchio.
A Santarcangelo di Romagna esiste un ristorante chiamato Il Brigante, ospitato in un edificio al quale la tradizione locale lega un episodio della fuga del Passatore.
Secondo la memoria tramandata dalla famiglia, Pelloni avrebbe chiesto a una donna, Francesca Ricci, di nascondere lui e la refurtiva. Lei avrebbe rifiutato. Durante la fuga il brigante avrebbe perduto alcuni gioielli; da uno degli orecchini sarebbe stato successivamente ricavato un anello, conservato oggi in una teca nel locale. La provenienza appartiene alla tradizione familiare e va quindi distinta da un'attribuzione archeologicamente certa, ma l'oggetto è diventato parte della memoria del luogo.
Nella notte del 14 agosto 2026, un ladro è entrato nel ristorante, ha rubato denaro, le mance dei camerieri e due iPad. Poi ha puntato proprio all'anello del Passatore. Ha cercato di forzare la protezione della teca, ma non ci è riuscito.
E l'anello è rimasto lì.
Un ladro entra in un ristorante dedicato a un ladro, ruba il denaro e tenta di rubare il cimelio attribuito al ladro stesso, ma la teca resiste.
Centosettantacinque anni dopo la morte di Pelloni, il Passatore è diventato qualcosa che bisogna proteggere dai ladri.
Rimane la domanda più importante: Perché abbiamo avuto bisogno del Passator cortese?
Perché una società dovrebbe prendere un criminale violento e trasformarlo in un eroe?
Probabilmente perché un mito non nasce per raccontare fedelmente una persona. Nasce per raccontare qualcosa a chi lo crea.
La Romagna postpontificia aveva ottime ragioni per detestare il vecchio potere e Pelloni aveva sfidato gendarmi pontifici e soldati austriaci. Questo bastava a renderlo utilizzabile, diventando il ribelle che aveva anticipato la liberazione; nella cultura anticlericale, il nemico del papa e, nell'immaginario socialista, il povero che si vendicava del ricco.
E infine, nella poesia il brigante romantico simbolo della Romagna sanguigna, ospitale e ribelle.
Ogni epoca ha preso Stefano Pelloni e gli ha chiesto qualcosa di diverso. E ogni volta ha eliminato ciò che disturbava: la crudeltà, le vittime, l'assenza di un progetto politico. Le rapine ai poveri, la paura sulla quale poggiava parte della sua rete di silenzi. Persino il suo volto.
Il risultato finale non è più Stefano Pelloni.
È il Passatore.
Dove finisce la storia e comincia la leggenda?
Forse è questa la domanda che rende il caso del Passatore molto più interessante della biografia di un brigante ottocentesco.
Se la memoria collettiva è riuscita a trasformare un uomo documentato da processi, rapporti di polizia, confessioni e testimonianze in un personaggio quasi opposto, che cosa può essere accaduto alle figure del passato delle quali possediamo molte meno fonti?
La memoria popolare non funziona come un archivio, ma riscrive, condanna o giustifica in base al bisogno. Seleziona ciò che vale la pena raccontare. Elimina ciò che disturba, attribuisce motivazioni. Trasforma coincidenze in destini, converte la paura in rispetto e il rispetto in amore. E soprattutto conserva più facilmente una bella storia che una storia vera.
Per questo la ricerca storica è indispensabile.
Non occorre cancellare il Passatore dalle sagre, dalle bottiglie o dalla memoria della Romagna, ma occorre ricordare chi c'era dietro, poiché in tutta questa ballata romantica sul Passatore che da oltre centosettantacinque anni va in scena in Romagna, di Stefano Pelloni non è rimasto più nulla se non il nome. Cancellato, insieme alle sue vittime e sostituito da un vecchio con un trombone che nemmeno ha mai usato.



Commenti
Posta un commento